Elena e Ron

Osservo Ron e osservo me stessa.

Faccio riflessioni su noi due, sul mio lavoro e sulla relazione che noi umani abbiamo coi nostri animali.

Noi che lavoriamo con gli animali e le loro famiglie, siamo chiamati a intervenire sui danni psico-emozionali vissuti dagli animali che ci accompagnano, spesso misconosciuti.

La mancanza di rispetto dei reali bisogni del soggetto, la non conoscenza, la mancanza di amore reale e non egoistico, creano grossi danni anche in pochissimo tempo, estremamente simili a quelli che causano in noi umani, finendo per creare quelli che vengono definiti “problemi comportamentali” e disagi psico-sociali di vario ordine e grado.

Allora mi chiedo: chissà chi è il vero Ron? sepolto sotto anni di condizionamenti e bisogni frustrati su cui non posso nemmeno ricevere informazioni. Traspongo questo ragionamento su me stessa e mi chiedo anche chi è la vera Elena, sepolta sotto anni di condizionamenti e bisogni frustrati che a volte faccio fatica a decifrare o a ricordare i dettagli, da quanto fanno male; la mente li ha offuscati per evitare di sentire il dolore, ma il dolore è rimasto incistato nelle cellule.

E così è rimasto incistato il dolore di Ron, come di tanti cani, fossilizzato in reazioni ormai automatiche di cui non ricordano nemmeno più la motivazione originale e spesso in stati di ansia prolungati che si manifestano senza motivo apparente. Così come si sono automatizzate le mie reazioni di paura, il mio istinto alla fuga di fronte a certe situazioni, e come si è consolidato in me uno stato di ansia di fondo mai sopito e una conseguente gran confusione mentale.

E poi, per Ron, è arrivato il trauma dell’abbandono, quello vero, quello consapevole, quello spietato; il tradimento totale: quello che è stato il tuo punto di riferimento per tutta la vita improvvisamente ti molla in un posto e non si fa più vedere. Come si fa a farsi una ragione di una cosa del genere, considerato poi che a un cane non si possono raccontare frottole sul fatto che erano impossibilitati a occuparsi di lui?

Ma ancora una volta ripenso a me, e capisco che anch’io sono stata abbandonata, in maniera più subdola, meno visibile, meno eclatante, ma altrettanto dolorosa: un abbandono affettivo.

Abbiamo una tematica comune su cui lavorare.

È così che nel cercare di aiutare Ron nell’elaborare il lutto dell’abbandono, e qualsiasi altra cosa ci sia stata prima, in qualche modo, a un livello profondo, aiuto me stessa a elaborare il mio.

Non so se ci riusciremo. È davvero dura.

Rispetto ai cani, noi umani abbiamo la possibilità di elaborare le esperienze dando loro un senso e uno scopo. Attraverso il nostro lavoro su noi stessi, possiamo imparare ad aiutare anche loro. Loro aiutano noi semplicemente per come sono, anche attraverso i loro comportamenti problematici; noi aiutiamo loro quanto più consapevoli diventiamo, se solo smettiamo di rimanere fissati sull’idea che il cane “deve obbedire” e iniziamo a guardare un po’ più in profondità le reali ragioni dei loro comportamenti.

Una buona chiave è quella di osservare quali comportamenti dei nostri animali ci mettono a disagio, ci causano frustrazione e rabbia.

Certi comportamenti di Ron, certe sue iper-reazioni sconsiderate, le sue fissazioni apparentemente inspiegabili, vanno a toccare le mie corde, e causano insofferenza e rabbia. La stessa che ha provato quella bambina che a suo tempo non si è sentita accolta nel suo essere, portandosi dentro tanta tristezza e dolore che ha dovuto seppellire dentro di sé per sopravvivere, vulnerabile proprio come lo è ogni cane – chi più, chi meno – che si trova nelle mani degli umani e non è in grado di fare vita indipendente, proprio come un bambino.

Accogliere le difficoltà che i miei animali mi portano e sostenerli nel tentativo di ritrovare se stessi, è il lavoro di una vita, lo stesso che porta me a cercare di ritrovare me stessa.

Non è cosa facile farlo rimanendo centrati, circondati come siamo da un ambiente spesso sfavorevole, sia per Ron, sia per me. Ci sono giorni che davvero mi chiedo chi me l’ha fatto fare. Ma so che me l’ha fatto fare l’anima, che non demorde e non conosce stanchezza, e amorevolmente ma insistentemente mi martella in una direzione. Lasciare andare il passato e lavorare sul presente con una pazienza certosina è l’unica strada che possa portare da qualche parte, sia Ron che me.

Sembra un lavoro senza fine, quello di cercare di disfare i danni fatti in origine. La buona notizia è che nel mentre lo facciamo, cresciamo in consapevolezza e saggezza, diventiamo più forti e più determinati; nonostante i momenti bui, sul lungo periodo le idee si chiariscono. In realtà non si torna mai quelli di prima, ma si diventa qualcosa di più grande e si guadagna l’esperienza necessaria per poter aiutare gli altri in quel percorso, animali compresi, se si riesce a non farsi trascinare giù dallo sconforto, dalla depressione, dalla sofferenza, dal senso di solitudine.

Un lavoro infinito, dove spesso abbiamo bisogno di una mano, noi e i nostri cani.