Ogni tanto mi capita di incrociare sui social il post di qualcuno con un cane anziano e malato che si chiede se l’animale stia soffrendo per il fatto di non poter fare più quello che faceva prima (per esempio muoversi), se sia giusto “lasciarlo andare”, se tenerlo in vita sia egoistico, e cose simili.
Tali post ricevono di solito un gran numero di commenti dove ciascuno dice la sua e spesso racconta le sue più o meno infelici esperienze elargendo consigli.
Al di là del fatto che chiedere consigli sui social su una cosa del genere è qualcosa che, se siamo confusi, normalmente ci confonderà ancora di più, anche perché si viene sommersi dal vissuto emozionale degli altri e dalle loro proiezioni, per cui personalmente sconsiglierei di farlo, vorrei qui concentrarmi su un certo tipo di risposta a questo genere di domanda che ho visto più volte e che trovo sia espressione di una forma di pensiero molto comune, e anche di una mancanza di conoscenza su cosa sia il processo di morte.
La risposta/consiglio suona più o meno così: quando smetterà di mangiare saprai che è arrivato il momento.
Per qualcuno che arrivasse da un altro pianeta e fosse appena atterrato sul nostro, la prima domanda che sorgerebbe spontanea di fronte a una frase così è “il momento per cosa?”
Ma noi che sul pianeta terra ci viviamo da tempo sappiamo bene a cosa si fa riferimento: la famosa puntura. Quella per “addormentare” il cane, come a molti piace dire per addolcire la pillola.
A me piace chiamare le cose col loro nome e dico ucciderlo, o sopprimerlo.
Naturalmente pensiamo di farlo per il suo bene, ma non voglio analizzare questa questione in questa sede. Tutta la questione dell’eutanasia è estremamente complessa e non può essere sviscerata in breve. Qui, come dicevo, vorrei focalizzarmi sulla suddetta affermazione: “quando smette di mangiare saprai che è il momento”.
Questa frase ha un senso solo se vista all’interno di un paradigma a cui gran parte delle persone aderiscono senza rendersene conto.
Tale paradigma comprende vari presupposti:
- la parte finale della vita e il processo di morte sono qualcosa di orrendo, sono sinonimi di sofferenza e quindi meglio evitarli;
- visto quanto sopra, facciamo solo un favore al nostro animale a evitargli l’ultima fase della vita “regalandogli” una morte celere (noi siamo esseri superiori e quindi sappiamo cosa è meglio per lui, senza renderci conto che spesso facciamo solo ciò che è meglio, o più facile, per noi, ovvero evitare di affrontare il fine vita con lui);
- l’animale non ha preferenze rispetto al proprio fine vita, in quanto non è in grado di comprenderne il senso, e quindi noi abbiamo il diritto di scegliere al posto suo;
- la vita dell’animale vale comunque meno di quella umana, alla quale l’eutanasia non è così facilmente applicabile, almeno qui in Italia;
- semplicemente non è pensabile far morire un animale in casa (troppi imprevisti, troppo impegno, ecc. ecc.)
- semplicemente con gli animali si fa così; oppure l’ha consigliato il veterinario e se lo consiglia il veterinario sicuramente avrà ragione.
La delega al veterinario è la via più semplice per scaricare una responsabilità, e siccome ai veterinari viene insegnato solo a fare le eutanasie e non ad accompagnare l’animale nel fine vita, il risultato è quello attuale: una percentuale fra il 95 e il 99% degli animali finisce la propria vita ucciso da un veleno.
Personalmente ho dovuto sentirmi dire da una veterinaria una frase come “non si aspetti che muoia da solo!” E questo la dice lunga sulla forma mentis dei veterinari che escono dall’università al giorno d’oggi.
È un dato di fatto che un sacco di persone danno per scontato che la vita degli animali debba finire con la puntura. È una consuetudine ormai entrata nella nostra cultura, una forma mentis molto comoda che ci rende possibile evitare di confrontarci con la morte per un periodo di tempo piuttosto lungo, quello richiesto da un fine vita naturale.
Per questo motivo leggendo post e articoli sul web sull’argomento sembra che l’unico dilemma non sia tanto se fare l’eutanasia o meno, ma piuttosto QUANDO farla, quando capire che è “il momento giusto”.
Queste brevi e limitate premesse erano necessarie per dare un minimo di contesto, perché qui entra in gioco la risposta da cui sono partita: quando smette di mangiare saprai che è il momento.
Tale risposta presuppone, oltre tutto quanto elencato sopra, anche il fatto che smettere di mangiare sia il segnale che è venuta meno, nell’animale, la voglia di vivere, che quindi l’animale ci stia segnalando, smettendo di mangiare, che è pronto per andarsene.
Questo è in parte vero. Ma essere pronti per andarsene non significa chiedere di essere soppressi all’istante con una puntura che ci blocca la respirazione.
Fra parentesi, un animale, anche anziano e malato, potrebbe smettere di mangiare per motivi contingenti e non necessariamente perché sta entrando nel processo di morte. Ma, sempre ai fini di semplificare il discorso e focalizzare l’argomento, diamo per scontato che il caso di fronte a noi sia effettivamente così, ovvero che un animale anziano e malato a un certo punto smetta di mangiare perché si sta avvicinando alla fine della vita.
Ma ha davvero perso la volontà di vivere?
È facile riconoscere la volontà di vivere in un animale che mangia, beve, interagisce con altri esseri, gioca, esplora, ecc.
Meno evidente è la volontà di vivere quando un animale dorme, ma non diremmo che un animale che sta dormendo ha perso la voglia di vivere.
Non sempre la voglia di vivere è evidente.
Un animale malato o ferito potrebbe rifiutare di mangiare, ma non per questo avere perso la voglia di vivere. Anzi, digiunare è lo strumento principale che ha per guarire, ma di questo noi di solito non siamo consapevoli.
Il fatto è che la vita è fatta di cicli, e ciascun ciclo ha caratteristiche differenti. Ci sono grandi cicli dati dall’età; all’interno di questi vi sono altri cicli più brevi dati dalle condizioni specifiche dell’animale.
Se non conosciamo quali siano le caratteristiche di una certa fase, potremmo fraintendere il significato di determinati comportamenti.
Nella nostra cultura occidentale abbiamo in generale una conoscenza del processo di morte pari a zero. Sappiamo tutto del concepimento e della nascita, dell’evoluzione del feto, del neonato, del bambino, ma non sappiamo nulla della parte finale della vita. Nei film la morte viene rappresentata come qualcosa che avviene in poco tempo, quasi istantaneamente. Una persona ancora è cosciente e pronuncia le sue ultime parole e un attimo dopo chiude gli occhi, china la testa ed è morto. Nella vita vera, nel 99% dei casi, non è così. Il fine vita è un processo e un processo richiede tempo. Ma se non sappiamo cosa aspettarci, questo processo potrà solo farci paura, tanto più che precede la morte, una cosa con cui abbiamo un pessimo rapporto.
Tuttavia, il processo di morte è qualcosa di naturale, che avviene a prescindere di quanto ci piaccia o meno. Il corpo è programmato per formarsi, crescere ed evolvere, ma è programmato anche per morire. Il corpo sa come morire, e per farlo deve attraversare delle fasi. Non può spegnersi istantaneamente, a meno di forti traumi.
Noi umani abbiamo perso il contatto con il nostro corpo (e spesso anche con le nostre emozioni, che non sappiamo riconoscere, e che si esprimono proprio attraverso il corpo) viviamo proiettati nella nostra mente, quindi non sappiamo ascoltarlo. I nostri animali, invece, di solito hanno conservato tale contatto. Dato che non hanno sviluppato una mente ipertrofica come la nostra, necessariamente hanno un contatto più diretto col proprio corpo (e anche con la propria anima, che lo guida).
Questo nonostante molti animali, in particolare i cani, spesso, grazie alla nostra selezione e al contatto stretto con noi, abbiano perso molta della saggezza istintiva degli animali selvatici. Tuttavia hanno ancora un contatto sufficiente col proprio corpo per saperne seguire gli impulsi nel momento in cui si avvicinano alla fine della vita.
Nel momento in cui si avvicina il fine vita, una delle prime cose che di norma succede è che l’animale perde l’appetito e quindi la voglia di mangiare. Spontaneamente, rifiuta il cibo.
Questo significa che ha perso la voglia di vivere? NO.
Significa solo che sta ascoltando il suo corpo, il quale si sta avvicinando al processo finale o vi sta entrando, e gli sta dicendo che in quella fase della sua vita, mangiare sarebbe controproducente e causerebbe solo disagio, perché il corpo si sta apprestando a “spegnersi”, quindi gli organi gradualmente ridurranno le loro funzionalità. Di conseguenza lo stomaco e l’intestino non sono più in grado di elaborare il cibo, cibo che del resto sarebbe inutile, perché un corpo morente non ha bisogno di accumulare energia per un futuro che non ci sarà.
L’animale non ha perso la voglia di vivere, è semplicemente entrato nella fase finale della vita. Sta assecondando ciò che l’anima e il corpo gli dicono che sia giusto fare.
La voglia di vivere non si esprime solo con dei processi esteriori e visibili, ma si esprime anche con dei processi interiori: esperisco, imparo, evolvo, espando la mia coscienza, ecc.
Nella fase attiva questi processi sono meno visibili dall’esterno, ma ci sono sempre. Nel mentre esperisco, cresco ed evolvo. Nell’ultima fase della vita gli eventi esteriori si riducono al minimo, mentre quelli interiori occupano il palcoscenico: l’animale si muove poco, si interessa poco a ciò che avviene all’esterno, non ha voglia di fare e arriverà, col passare dei giorni, a essere totalmente introiettato verso l’interno. Ed è all’interno che avviene la maggior parte dei processi in questa fase della vita, all’interno del corpo e all’interno dell’anima, e dell’essere tutto nel suo complesso. Ma noi umani siamo focalizzati sull’esteriorità, su ciò che appare, non siamo allenati all’ascolto interiore e alle profondità dell’essere, per questo spesso non cogliamo l’importanza di questa fase della vita.
Un animale che smette di mangiare non vi sta chiedendo: fammi una puntura per aiutarmi a morire.
Vi sta chiedendo di stargli accanto in questa fase delicata in cui si sente vulnerabile e in cui voi siete la sua sicurezza, perché voi siete la sua base sicura. Se riuscirete a rimanere sereni e centrati potrete essere presenti per lui nel suo percorso di fine vita, dandogli così la possibilità di esperirlo fino all’ultimo respiro.
Un animale che smette di mangiare vi sta semplicemente segnalando che si sta avvicinando per lui il momento di lasciare il suo corpo. Per lui è un percorso naturale su cui ci può insegnare molto.
È facile? No. Ma può essere una bellissima esperienza.
La prima cosa da fare, se non vogliamo farci trovare impreparati di fronte all’ultima fase della vita del nostro animale, è informarci su cos’è la fine della vita, come avviene e come prepararci, sia praticamente che interiormente, ad essa. Non è qualcosa che si fa in poco tempo. Ci potrebbe richiedere di cambiare radicalmente la nostra visione della vita e della morte.
Mettere a disposizione risorse a questo fine e sostenere le persone che decidono di accompagnare i loro animali nel fine vita fa parte del mio lavoro. Sto lavorando a dei corsi che saranno disponibili online fra qualche tempo. Nel frattempo sono sempre disponibile per percorsi o incontri individuali a distanza.


Elena Grassi
Elena Grassi