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ATTIVITÀ

 

Cani e disabili: la nuova frontiera della devozione canina
articolo di Elena Grassi

dalla rivista "Il Mio Cane" n. 76, giugno 2001

 

Con un lavoro pionieristico e tanta passione, l’Accademia per lo studio della comunicazione col cane apre anche in Italia la porta ad una nuova speranza di maggiore benessere per i portatori di handicap fisici. Incuriositi da tanto entusiasmo  sorpresi da tanta serietà, siamo andati a vedere da vicino chi e cosa c’è dietro.

Era l’inizio di gennaio quando, scaricando la posta elettronica, vi trovai, fra l’altro, una breve e cortese lettera che annunciava la fondazione dell’Accademia internazionale per lo studio della comunicazione col cane (che di seguito chiamerò, per brevità, “Accademia”). Essa nasce, vi si diceva, come centro di addestramento di cani per portatori di handicap e, al tempo stesso, organizzerà seminari con personaggi di spicco della cinofilia mondiale.
Qualcuno di voi ricorderà forse di aver letto tale notizia sulle nostre pagine, in quanto mi affrettai a pubblicarla. Quelle poche righe bastarono a far suonare un campanello da qualche parte dentro di me. Per una di quelle strane “coincidenze” della vita, infatti, proprio recentemente mi sono sentita attratta dal mondo dell’handicap e del volontariato. E poiché amo gli animali, sono sempre alla ricerca di modi in cui uomini e animali possano collaborare ai più svariati livelli, non però nel senso dello sfruttamento del cane a beneficio dell’uomo, ma in modo che il rapporto vada a beneficio di entrambi. Poiché non sapevo bene da che parte cominciare, quella lettera, come si dice, cascò proprio a fagiolo.
Iniziò quindi uno scambio epistolare e telefonico con Daniela Salvi, presidente dell’Accademia. Lunghe conversazioni nelle quali cercavo di carpire i punti salienti di un argomento a me totalmente estraneo. Non ho infatti mai addestrato cani e non ho mai nemmeno avuto a che fare con dei disabili. Poi, ecco l’occasione giusta: a inizio aprile arriva presso l’Accademia Nina Bondarenko, direttrice di programma presso la CPI (Canine Partners for Independence), un’associazione che opera in Inghilterra nello stesso campo dal 1994. Nina si ferma una settimana per condividere la sua esperienza e dare consigli, pratici e teorici, per lo sviluppo di un progetto, quello dell’Accademia, che le sembra promettente. Quale migliore occasione per prendere due piccioni con una fava?
E così eccomi in quel di Bracciano in una splendida giornata primaverile, sui verdi prati dell’Accademia (nonché dell’abitazione di Daniela Salvi), per osservare di persona lo sviluppo di questo progetto in embrione, che sembra davvero avere solide basi.

Unire esperienze internazionali
Erano presenti a questa intervista, durante la quale si saltava agilmente dall’inglese all’italiano al francese, e/o alle successive fasi dimostrative: Daniela Salvi, presidente dell’Accademia, organizzatrice e addestratrice, studiosa di comportamento animale; Luigi Polverini, addestratore da più di venti anni e direttore tecnico dell’Accademia; Cinzia Magistri, addestratrice; Ginette Giacone, medico specializzato in problemi dell’handicap e vicepresidente dell’Accademia; Nina Bondarenko, addestratrice, direttrice di programma presso la CPI; Byron e Tea, alani di Daniela Salvi (poco rappresentativi come cani da assistenza in quanto a razza, ma impeccabili nell’esecuzione degli esercizi), e Pegaso, il Labrador di Luigi Polverini (7 mesi) in fase di addestramento. Fa inoltre parte dell’Accademia Rita Hopfer, segretario generale e organizzatrice.
Comincio con Daniela (spero che gli interessati e i lettori mi perdoneranno se uso solo i nomi e do a tutti del tu, ma così la lettura risulta più leggera).
Come ti è venuta l’idea di aprire questa Accademia?
«Sono sempre stata interessata all’addestramento, sia dei cani che dei cavalli. Nella mia vita ho viaggiato molto, e ovunque ne approfittavo per seguire seminari, congressi, conferenze sul comportamento canino e su nuovi metodi di addestramento. Ho partecipato a uno dei primi seminari di Karen Prior sull’addestramento col clicker (quello utilizzato dall’Accademia) e ho avuto modo di osservare di persona quanto fosse efficace, anche con altri animali. Così ho continuato ad approfondire l’argomento. Non ho mai avuto una scuola di addestramento; ho semplicemente applicato le mie conoscenze ai miei cani. Per quanto riguarda l’handicap, avevo già provato a lavorare per gli handicappati con i cavalli. Poi, cinque anni fa, la mia vita subì un drastico cambiamento e decisi di stabilirmi in Italia. Trovandomi a dover ricominciare daccapo, pensai a come mettere insieme tutte le conoscenze che avevo raccolto e a come farle fruttare a beneficio delle persone. Ed eccomi qui. Sono andata personalmente a conoscere l’esperienza di associazioni che lavorano in questo campo in Austria, Svizzera e alla CPI in Inghilterra, e ora vorrei fare qualcosa di simile in Italia».
L’Accademia è stata fondata nell’ottobre del 2000. Si è già tenuto un seminario (di cui abbiamo parlato anche sulle nostre pagine) e se ne terrà un altro a giorni rispetto alla data in cui scrivo queste righe. I seminari vedono protagonisti addestratori, etologi, scienziati da tutto il mondo, allo scopo di ovviare alla pigrizia (scarsa propensione a viaggiare, studiare, partecipare a congressi ecc.) e alla scarsa conoscenza dell’inglese che caratterizza ancora buona parte degli italiani (e in particolare degli addestratori). Lo scopo: diffondere nuove possibilità nel campo dell’addestramento canino, per dimostrare a più addestratori possibile, oltre che ai singoli privati, che si possono addestrare efficacemente i cani con metodi al 100% positivi, ovvero senza punizioni, sgridate, coercizioni. Purtroppo, infatti, è ancora difficile trovare un addestratore che usi solo metodi positivi.

Si parte!
L’Accademia ha acquistato quattro cuccioli (due Golden e due Labrador retriever), che arriveranno a giorni, e che saranno i primi soggetti ad essere addestrati per essere poi effettivamente assegnati a persone disabili. Ne sono previsti altri due o tre il prossimo anno. È sempre Daniela Salvi che risponde.
Quanto tempo ci vuole per addestrare un cane?
«Il cane non è “finito” fino ad almeno 20-22 mesi di età. Alla CPI riescono ad addestrarli entro i 18 mesi, ma considerato che noi abbiamo meno esperienza, ci siamo dati più tempo. Preferiamo fare le cose bene, senza fretta.»
Come avete stabilito il tipo di esercizi che il cane deve svolgere?
«Mi sono fatta dare la lista dei comandi dalle altre associazioni. Il numero di comandi può variare da 50 a 100 (dipende dal grado di handicap cui il cane è destinato). Visto che siamo all’inizio, penso che la nostra lista sarà intorno ai 60 comandi. I nostri cani saranno destinati a persone che possano usare almeno una mano».
L’addestramento di base è uguale per tutti i cani. Successivamente, quando il cane viene assegnato a una determinata persona, si provvede, se necessario, a inserire nell’addestramento dei comandi utili al caso specifico.
I candidati all’assegnazione di un cane frequentano un corso di addestramento di due settimane, dove imparano i comandi e le basi dell’addestramento utilizzato, in modo da poter a loro volta insegnare nuove cose al cane, senza dover ricorrere sempre all’addestratore.
Come scegliete i candidati?
«Per il momento sto semplicemente facendo girare la voce. Sono andata alla ASL e presso un ospedale per spiegare cosa stiamo facendo e distribuire delle brochure sull’Accademia e un formulario da consegnare alle persone che fossero interessate ad avere un cane di assistenza. Ma non sto lavorando tanto su questo, perché, come ci ha detto Nina in base all’esperienza inglese, a un certo punto i candidati ci pioveranno addosso, e saranno sempre di più rispetto ai cani disponibili. Stiamo iniziando solo ora e i nostri primi cani saranno pronti tra poco meno di due anni.»

Un cane può cambiare la vita
I beneficiari dell’assistenza canina sono portatori di handicap fisici di varia origine: distrofia muscolare, sclerosi multipla, artrite reumatoide, poliomielite, spina bifida e tutti gli handicap della nascita, per esempio alcuni spastici, gli autistici e naturalmente tutte le persone che sono su una sedia a rotelle in seguito a un incidente, e così via. L’importante è che la persona non presenti disturbi psichici (o al limite un grado di deficit mentale molto basso), poiché ovviamente deve essere in grado di occuparsi del cane, di gestirlo e impartirgli gli ordini.
I beneficiari possono essere sia adulti che bambini. A questo proposito, ho posto a Ginette, medico che ha lavorato per 17 anni in un centro per bambini handicappati in Polinesia, e che ora vive in Italia e ha offerto gratuitamente la sua consulenza all’Accademia, la domanda che ritengo più importante:
Quali sono i vantaggi dell’assistenza di un cane per un disabile?
«Farò riferimento in particolare ai bambini, poiché io ho lavorato in questo campo. I vantaggi sono di due tipi: tecnico e psicologico. Quello tecnico è evidente. Se sto scrivendo e mi cade la penna, il cane la raccoglie. Se si fa buio, il cane accende la luce. Se non riesco ad andare in bagno da solo, mi posso appoggiare al cane, e così via. Quest’ultimo esempio è importante e vorrei approfondirlo, poiché si ricollega al vantaggio psicologico. Andare al bagno è uno dei problemi principali. Si tratta spesso di bambini che hanno avuto problemi alla nascita, che a 7 anni magari non camminano, ma poi, con l’aiuto delle terapie, iniziano gradualmente a camminare. Il bambino, all’interno della famiglia (o anche in classe e nella società in generale) ha un grande senso di colpa: ogni volta che deve fare qualcosa anche di estremamente naturale, come per esempio andare in bagno, deve chiedere l’aiuto degli altri. Si rende conto di essere diverso e di costituire un problema. Magari sa che sua madre ha dovuto lasciare il lavoro per dedicarsi a lui, o che ogni volta che lo deve sollevare le viene il mal di schiena. Il bambino, insomma, impara a percepire se stesso come IL problema della sua famiglia. Qualsiasi elemento intervenga a ridurre questo carico di colpevolizzazione è benvenuto. Tra questi c’è il cane, al quale il bambino si può appoggiare (grazie a un’apposita maniglia, tipo quella dei cani guida per ciechi) per andare in bagno, andare in giardino, spostarsi da una stanza all’altra, salire o scendere le scale. Questo dà al bambino un grande senso di libertà, almeno all’interno della casa. Se il ragazzo è più grande, la presenza del cane può permettergli anche di uscire da solo di casa per andare al negozio vicino o stare in compagnia degli amici. I genitori, sapendo che c’è un cane che si cura di lui e che, in caso di necessità, è in grado di chiamare aiuto, sono più tranquilli, e il carico di stress viene ridotto su tutta la famiglia.
C’è poi un secondo vantaggio psicologico, che riguarda un po’ tutti i bambini che hanno un animale, ma che per gli handicappati assume un valore ancora più grande: il fatto di avere un cane li fa sentire importanti, perché finalmente anch’essi hanno un ruolo e una responsabilità in famiglia. Il cane permette loro di non essere più gli ultimi della gerarchia. Il cane è al disotto di loro, perché ubbidisce a loro ed è al loro servizio, ed essi si prendono cura di lui e del suo benessere. Per un bambino handicappato è molto importante avere delle responsabilità, e tanto più la responsabilità di un essere vivente. Si tratta di una grande possibilità di espansione per loro, che permette di fare grossi passi avanti e dà loro sostegno».
Naturalmente è importante verificare che, tanto la famiglia quanto il bambino, siano pronti e disponibili ad accogliere la presenza del cane, e si fa un lavoro di squadra insieme all’équipe medica che si occupa del bambino. Per ogni bambino si fa un “progetto di vita”, che viene ovviamente adattato a seconda dei progressi compiuti, e il lavoro dell’Accademia deve potersi inserire in questo progetto. Per questo essa si è dotata della presenza di un medico esperto, che sia in grado di dialogare coi medici che hanno in cura i disabili, e di fare un lavoro di squadra per il massimo beneficio della persona in questione.

“Che bel cane!”
Naturalmente, i benefici sopra esposti possono essere applicati anche alle persone adulte. Il cane, per esempio può essere un ottimo tramite di comunicazione con gli altri. Questo è importante soprattutto in Italia, dove vedere disabili per le strade è ancora un fatto raro. Un po’ perché le strade non sono sempre adatte ma, anche adesso che c’è maggiore sensibilità nel ridurre le barriere architettoniche, il disagio è soprattutto psicologico, sia da parte di chi sta sulla sedia a rotelle, sia da parte dei cosiddetti “normali”. Non si osa comunicare, non si sa bene da che parte cominciare. Come ben sa chiunque abbia un cane, il cane offre un facile appiglio per rompere il ghiaccio. Si comincia con “Ehi, che bel cane!”, e dopo un’ora magari si è ancora lì a conversare di tutt’altro. E la persona disabile è molto orgogliosa di raccontare tutto ciò che il cane è in grado di fare.

Il punto di vista del cane
Molte persone vedono di cattivo occhio l’addestramento dei cani. C’è chi dice che li “snatura”, che li rende degli automi o degli schiavi. Personalmente sono d’accordo riguardo ad alcuni tipi di addestramento. Ma, ve lo giuro, li ho visti al lavoro, e mi hanno fatto anche vedere un video di cani già addestrati alla CPI: mentre lavorano questi cani non smettono mai di scodinzolare.
I miei interlocutori mi chiedono di sottolineare particolarmente questo argomento, perché sono i primi a preoccuparsi del benessere dei cani. Come già accennato, il tipo di addestramento è esclusivamente positivo. In questo sistema, non esistono comandi negativi (a parte il “non toccare”, per prevenire che il cane si faccia male, per esempio raccogliendo da terra un coltello caduto). Si cerca di selezionare dei cuccioli che dimostrino particolare interesse per l’uomo. Per esempio, in una cucciolata, si sceglierà il soggetto che corre incontro alla persona piuttosto che rimanere a giocare con fratelli e sorelle. In ogni caso, successivamente non si fa altro che stimolare il naturale bisogno del cane di rendersi utile. Ognuno sa quanto sia felice il proprio cane quando ci si occupa di lui e quando gli si offre l’occasione di svolgere un esercizio (che sia anche solo andare e prendere la pallina). L’addestramento fa semplicemente in modo di canalizzare la voglia dei cani di rendersi utili, associando a determinate azioni un premio. I cani non vengono in alcun modo schiacciati.

Il “clicker”
Il sistema utilizzato si serve del “clicker” (vedere riquadro). Va detto che, una volta che ha capito il sistema, il cane inizia ad apprendere molto velocemente. Una volta che si inizia a insegnargli un nuovo esercizio, e il cane sente il “click”, sa già che sono in arrivo dei premi, e si mette attivamente alla ricerca del comportamento desiderato. Questo fa sì che il cane venga stimolato ad essere attivo. Praticamente, traducendo in linguaggio umano ciò che passa per la mente del cane, si otterrebbe qualcosa come: “il mio amico vuole qualcosa da me, vorrà questo? No. Forse vorrà quest’altro... No. Forse ancora quest’altro? Sì. Lui è contento e io pure, e adesso posso prendere il premio!”. Mantenendo un alto rateo di rinforzi, il cane impara molto rapidamente.
Si usa il clicker piuttosto della voce perché esso emette sempre lo stesso suono, netto e chiaro, senza possibilità di fraintendimento, mentre le voci delle persone variano spesso (uomo, donna, bambini, tipo di vocaboli usati), anche a seconda dell’umore. Si tratta in questo caso di cani che possono anche passare in diverse mani. In Inghilterra, i cuccioli dapprima vengono addestrati da famiglie di volontari, poi l’addestramento viene perfezionato al centro, e infine il cane va presso il disabile (all’Accademia i cani rimangono presso il centro per tutto il periodo di addestramento). Il clicker offre un metodo fisso di comunicare col cane, che rimane per lui un punto di riferimento per tutta la vita. È inoltre una tecnica di addestramento molto semplice attraverso la quale, in base al meccanismo sopra menzionato, il disabile può autonomamente insegnare al cane nuove azioni, proprio perché il cane è abituato a ricercare attivamente il comportamento desiderato. Questo dà una grande libertà e indipendenza al disabile, oltre che una maggior stima di sé.
Quando non si usa alcun metodo coercitivo, il cane assume un atteggiamento sempre positivo, e la voglia di lavorare viene chiaramente espressa. Ti guardano e scodinzolano freneticamente come dire: “dai, facciamo qualcosa, cosa posso fare per te oggi?” Questo infonde nel disabile la voglia di fare e di relazionarsi. E naturalmente, quando lavorano per un disabile, questi cani ricevono continuamente molte lodi e un affetto e una riconoscenza, lo potete ben immaginare, che vanno ben oltre quella di cui usufruiscono i normali cani di famiglia. Il cane percepisce nettamente di essere utile, che la sua presenza è apprezzata, che il suo lavoro (ammesso che lo consideri tale) è assolutamente gradito. È semplicemente felice di poter aiutare.
Come dicono efficacemente gli inglesi, il cane viene abituato al “problem solving”, cioè a risolvere i problemi da sé, a prendere l’iniziativa. Per esempio, se al disabile casca il mazzo di chiavi per terra, e non se ne accorge, è importante che il cane sappia agire senza che sia stato dato un ordine, porgendo le chiavi al padrone (e ottenendo in cambio tanta gratitudine e magari un bocconcino).

E non è finita...
Ora che mi stavo apprestando a riferirvi le interessantissime cose che mi ha raccontato Nina Bondarenko, mi rendo conto che lo spazio a mia disposizione sta per esaurirsi. Mi limito a una frase per farvi venire l’appetito.
Perché hai scelto di aiutare l’Accademia?
«Ci sono in giro tante persone che vogliono improvvisarsi addestratori di cani da assistenza e non hanno la minima idea dei problemi dei disabili e della responsabilità che si assumono nei confronti di queste persone. Ma quanto trovo delle persone serie che sanno quello che stanno facendo, offro volentieri la mia esperienza.
È molto importante che il maggior numero di persone possibile possa beneficiare di questi cani, perché essi hanno uno straordinario potere di cambiare la loro vita.»

Poiché però non intendo tenere per me tutte le informazioni che Nina mi ha dato, vi do appuntamento al prossimo numero della rivista, per “ascoltare” dalla sua viva voce il racconto dell’esperienza diretta di vari anni di lavoro al fianco di cani e disabili, testimonianze che dimostrano quanto questi cani comprendano l’importanza del proprio compito e siano desiderosi di aiutare e soprattutto testimonianze dirette di come essi possano davvero riportare la voglia di vivere in un animo distrutto e chiuso nella solitudine. Non perdeteci!

 

BOX 1
Perché Golden e Labrador?
Come è noto, Golden e Labrador retriever sono cani di indole normalmente molto socievole e facilmente addestrabili. Ma naturalmente sarebbe possibile addestrare quasi qualsiasi altro cane. È necessario, comunque, che si tratti di un cane che desideri fortemente l’interazione con  la specie umana, e che sia socievole con gli altri cani, di media taglia, portato per natura a servire l’uomo e a rendersi utile. Tutte queste doti si trovano nella massima espressione in queste due razze. Non va sottovalutato inoltre il fatto che si tratta di due razze ormai conosciute da tutti e da tutti considerate buone e affidabili. Questo è importante: il cane di un disabile deve favorire l’inserimento sociale del padrone e non mettere paura alla gente. È un fattore rilevante soprattutto in Italia, dove nei confronti dei cani circola ancora molta diffidenza e dove questi animali spesso non sono i benvenuti nei locali pubblici. Infine, la maggior parte dei retriever ha l’istinto del riporto: ama raccogliere oggetti con la bocca e portarli al padrone.
Questo non toglie che in teoria si potrebbero anche prendere dei cani abbandonati di mole e indole adatta, e addestrarli (Byron, il cane di Daniela Salvi, è un esempio perfetto). Poiché però l’addestramento all’assistenza è lungo e impegnativo e richiede un cospicuo investimento di tempo e soldi, di norma si preferisce minimizzare i rischi ricorrendo a queste due razze. Questo vale tanto più per l’Accademia, che è solo agli inizi.

BOX 2
Un cane “in usufrutto”
Il disabile non deve pagare nulla per avere il cane addestrato dall’Accademia, a parte il corso di addestramento di due settimane (l’Accademia spera comunque di trovare degli sponsor che le permettano di sovvenzionare le persone che dovessero avere problemi economici, in modo che l’assegnazione dei cani avvenga esclusivamente sulla base delle necessità e della compatibilità cane-candidato, evitando discriminazioni economiche). Il cane viene dato in usufrutto e rimane proprietà dell’Accademia. Al momento dell’assegnazione, il beneficiario firma un contratto che prevede determinati impegni per la cura del cane. Questo permette all’Accademia di poter sempre verificare che il cane stia bene e sia ben curato e soprattutto, nel caso sopravvengano motivi per cui il beneficiario non possa più tenere il cane, questo viene ripreso dall’Accademia e assegnato a un altro candidato.
Naturalmente, l’Accademia si impegnerà a seguire il beneficiario nel corso del tempo, per risolvere insieme eventuali problemi.

BOX 3
Che sarà mai questo “clicker”?
Il clicker è un piccolo “aggeggio” che, premuto, emette un suono forte e netto, che l’inglese permette di esprimere onomatopeicamente ed efficacemente col termine “click”, da cui il nome dello strumento: “clicker”.
Tecnicamente il clicker è un “marcatore di eventi”. Quando il cane si comporta (casualmente) nel modo desiderato, si “clicca”, il cane si volta, e allora gli si dà il premio (bocconcino). La cosa si ripete più volte, finché il cane associa comportamento, suono e premio.
Si procedere per approssimazione. Per esempio: voglio insegnare al cane ad aprire la lavatrice. Poiché non c’è nulla in una lavatrice che risulti interessante per il cane, inizialmente premierò già anche solo l’interesse per la lavatrice. Il cane si volta verso la lavatrice, io clicco e do il premio. Dopo un po’ il cane capisce che voglio che si interessi alla lavatrice e inizierà ad avvicinarsi; posticiperò man mano il “click” di qualche istante (dopo ogni click c’è sempre un premio). Successivamente, non premierò più il semplice avvicinarsi alla lavatrice, ma per esempio il fatto di avvicinare il muso all’oblò. Quando questo comportamento si è fissato, premierò il cane quando prenderà in bocca la maniglia di apertura, e così via.
Successivamente, si assocerà a ogni esercizio un comando, ma non è questa la sede per andare nei dettagli dell’addestramento, al quale magari dedicheremo un articolo a parte in futuro.
Grazie a questo addestramento, i cani da assistenza sono in grado di assolvere alcuni compiti quotidiani (portano oggetti caduti e/o un oggetto indicato, per esempio il telefono senza fili, accendono e spengono le luci, aprono le porte, chiamano aiuto e cosÏ via), contribuendo a promuovere una maggiore indipendenza e, al tempo stesso, offrendo uno straordinario supporto emotivo.

 


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